Essere rete, fare famiglia: ritrovare umanità.

Testimonianze Associazione Laboratorio Solidale ODV

Caterina Goglio — Settembre 2026 — Volontaria

Quando sono rientrata in Italia, dopo i mesi di lavoro che ho trascorso in Bolivia, le persone intorno a me hanno cominciato a chiedermi: “Com’era San Pedro? Com’era la vita? Ma tu, esattamente, cosa facevi con Laboratorio Solidale? Ti sei mai sentita in pericolo? Qual è stata la cosa più difficile?”, e una serie di domande di questo tenore a cui non sempre è stato facile rispondere.

Partiamo da qui: come descrivere San Pedro?
San Pedro è come un piccolo villaggio, un mercato caotico, in cui tutti urlano, fanno cose, corrono da un lato all’altro e, al contempo, in cui ciascuno ha il suo ruolo e la sua posizione. Quando si sorpassa il cancello centrale si comincia a sentire un pervasivo e costante odore di stantio, di sporco, nauseante. I pavimenti dei corridoi centrali sono sempre sporchi. San Pedro è un mondo immenso, sono recluse circa 4000 persone e si sviluppa verticalmente. È strutturato in sezioni e ogni sezione ha un proprio nome e persone all’interno. Ogni ala ha le sue regole e dinamiche. Ci sono quelle per “ricchi”, per coloro che possono permettersi di pagare di più e quelle per persone con meno risorse economiche. A san Pedro non entra la polizia: le guardie stanno solo all’ingresso, per controllare chi entra nei giorni di visita, ma non sorpassano mai il cancello. Il recinto penitenziario si autogestisce e quindi ha delle regole proprie.

Laboratorio Solidale e l’associazione boliviana “sorella” Taller Solidario, all’interno del centro penitenziario hanno un proprio spazio, il Centro Alegría, e vi lavorano da anni quindi si muovono con tanta libertà. Le ragazze dell’associazione che vi lavorano danno corsi e organizzano laboratori di ogni tipo, da quelli più teorici a quelli pratici, accogliendo le richieste, i desideri e le proposte provenienti direttamente dalle persone private di libertà. Ho avuto la fortuna di accompagnare quello di scrittura autobiografica, di balli folklorici, di sana convivenza, di rieducazione emotiva e sessuale, ma ho anche appoggiato le attività più manuali e concrete come, per esempio, il corso di bigiotteria. Tenere questi corsi significa avere uno scambio costante, essere ascoltatrici e accogliere empaticamente le storie di vita di persone che si trovano in una condizione di marginalità ed estrema vulnerabilità. Significa restare a disposizione, cercando di essere appoggio e di dare qualche ora di respiro e sollievo, ma anche offrire strumenti per affrontare la vita e le relazioni quotidiane (e soprattutto quelle post-carcere). Le persone del centro che partecipano sono interessate, propositive, attente, con voglia di fare e di apprendere. Sono curiose e incalzano con molte domande: impariamo a riflettere insieme sulle cose.
Oltre a questo, Laboratorio Solidale mi ha dato la possibilità di affacciarmi sul mondo del post-penitenziario, poiché è un’associazione che lavora dentro al carcere, ma anche con esso e fuori di esso. Fare visita e accompagnare le famiglie delle persone private di libertà è segno di solidarietà; non lasciare solo chi rimane sprovvisto di risorse (sia economiche che affettive) è un’azione di grande umanità e comunità.
Le educatrici e psicologhe che lavorano con Laboratorio Solidale e Taller Solidario sono una ricchezza (e, ovviamente, persone eccezionali): sono dedite alla causa, si prendono cura dello spazio e delle persone, creano ambienti sani, di dialogo e scambio reciproco, ma anche di ilarità e di svago. Sono attente e disponibili. Hanno sempre il sorriso sul volto, nonostante come si può immaginare, debbano affrontare e reagire a situazioni complesse e difficili. Riescono a trasmettere la loro gioia ed entusiasmo a chi le circonda. Sono accoglienti e agiscono e lavorano con tenerezza e delicatezza, ma anche con tenacia e determinazione. Valorizzano e stimolano la proattività delle persone e il loro mettersi in gioco.

Lavorare in un centro penitenziario non è stato facile. Il senso di impotenza è stato tanto, così come quello di ingiustizia. Mi sono scontrata con condizioni reali, di umiltà e povertà assoluta. Di sofferenza, dolore e vita ridotta all’osso, all’essenziale. È sempre un pugno allo stomaco, una stretta al cuore. È però al contempo una bella palestra, un esercizio per riconoscere e dare valore alle piccole cose che costellano la nostra vita e che diamo per scontate o di cui, troppo abituati o di corsa, non ci accorgiamo neanche.
Laboratorio Solidale e il Centro Allegria all’interno di San Pedro sono luoghi in cui si ritrova umanità, in cui c’è genuinità nella creazione di rapporti, in cui l’empatia viene considerata al primo posto ed in cui essere rete e fare famiglia sono azioni fondamentali.

Non posso che essere grata e ringraziare le numerose persone incontrate in questi mesi in Bolivia che mi hanno presa per mano e accompagnata con cura, dedizione e affetto nel processo di conoscenza ed immersione in una realtà per me, in parte, sconosciuta.

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