Oltre le sbarre del San Pedro
Pamela Sarno — Settembre 2023 — Volontaria
Pamela Sarno — Settembre 2023 — Volontaria
Un’esperienza che continua a vivere dentro di me
Ci sono esperienze che finiscono nel momento in cui si torna a casa. Si chiude una valigia, si riprendono le proprie abitudini e, lentamente, tutto sembra trovare posto tra i ricordi.
Poi ce ne sono altre che, invece, non finiscono mai davvero.
La mia esperienza di volontariato al carcere di San Pedro è una di queste.
Mi capita spesso di ripensarci, di raccontarla a qualcuno o semplicemente di lasciare che un’immagine, un odore, uno sguardo mi riportino per un attimo a quei giorni. E ogni volta mi accorgo che il ricordo cambia. Non perché sia meno nitido, ma perché sembra mostrarmi ogni volta qualcosa di nuovo.
A volte riaffiora un volto. Altre volte una frase, un sorriso, un momento apparentemente piccolo che, allora, forse non avevo nemmeno compreso fino in fondo. E insieme ai ricordi tornano anche le emozioni: alcune familiari, altre ancora difficili da nominare.
Forse è proprio questo il segno delle esperienze che ci attraversano davvero: non rimangono ferme nel passato. Continuano a muoversi dentro di noi, cambiano forma insieme a noi e, anche a distanza di tempo, ci aiutano a capire qualcosa di più del mondo e di noi stessi.
Per questo, quando penso al San Pedro, faccio fatica a parlare di un semplice “prima” e “dopo”. Quello che ho vissuto lì continua, in qualche modo, ad accompagnarmi.
L’incontro con un mondo che non conoscevo
Tra la fine di febbraio e l’inizio di maggio del 2023 ho avuto la possibilità di vivere un’esperienza di volontariato con l’ODV Laboratorio Solidale – Taller Solidario, all’interno del carcere maschile di San Pedro, a La Paz.
Per circa due mesi e mezzo sono entrata in un mondo che fino a quel momento conoscevo solo da lontano.
Un mondo fatto di mura, spazi stretti, regole e abitudini che all’inizio mi sembravano difficili persino da comprendere. Ma anche un mondo pieno di vita.
Ed è forse questa la cosa che mi ha colpito più profondamente.
Prima di partire, immaginavo il carcere soprattutto come un luogo di privazione. Un luogo in cui ciò che manca è più evidente di ciò che resta. Una volta entrata, però, ho scoperto una realtà molto più complessa.
Dietro quelle mura non c’erano semplicemente dei detenuti.
C’erano persone.
Persone con una storia, con errori, ferite, paure, desideri, responsabilità e speranze. Persone che avevano preso strade difficili o sbagliate, certo, ma anche persone che spesso avevano conosciuto molto poco delle possibilità che noi chiamiamo semplicemente “scelte”.
Quell’incontro con l’ignoto mi ha costretta, poco alla volta, a lasciare fuori molte delle immagini e delle idee che, senza rendermene conto, portavo con me.
E forse è stato proprio lì che è iniziato il vero viaggio.
Il Centro Alegria: un luogo in cui essere prima di tutto persone
Ogni giorno ho affiancato gli educatori che lavorano da anni accanto ai detenuti e alle loro famiglie.
Ho partecipato a diversi laboratori all’interno del penal: la Escuela de padres, i percorsi di Desarrollo personal e la reeducación sexual.
Ma sarebbe riduttivo descrivere tutto questo semplicemente come una serie di attività o incontri.
Al Centro Alegria accadeva qualcosa di più.
Si creava uno spazio in cui, almeno per qualche ora, era possibile mettere da parte le etichette.
Non c’era il numero di una cella. Non c’era il reato. Non c’era la definizione che la società aveva assegnato a quella persona.
C’era un uomo.
Con la sua storia.
Con le sue fragilità.
Con la sua voglia, o magari con la sua paura, di cambiare.
Una delle cose che mi ha colpito maggiormente è stata l’assenza di giudizio. Non significava ignorare ciò che era accaduto o negare le responsabilità. Significava scegliere di non ridurre una persona soltanto al suo errore.
Ed è una differenza enorme.
Ogni incontro iniziava spesso con il gioco. All’inizio poteva sembrare un gesto semplice, quasi leggero. Ma proprio attraverso quella leggerezza si aprivano spazi inattesi.
Il gioco faceva sorridere, muovere, partecipare. Rompeva il ghiaccio.
Piano piano, anche chi sembrava più distante iniziava a lasciarsi coinvolgere. Si costruiva il gruppo, nasceva una fiducia che permetteva di affrontare temi molto più profondi.
Le riflessioni non venivano imposte dall’alto. Nascevano dalle persone, dalle loro esperienze, dalle loro parole.
E forse era proprio questo a renderle così potenti.
Uno spazio per respirare
Ci sono immagini che, ancora oggi, porto con me.
Ricordo gli sguardi attenti. I momenti di silenzio. Le risate improvvise. La serietà con cui venivano affrontati argomenti difficili. La capacità di ascoltarsi.
Dentro uno spazio fisicamente ristretto, circondato da mura e segnato da tensioni che spesso erano impossibili da ignorare, riusciva a crearsi qualcosa che assomigliava alla libertà.
Non una libertà fisica.
Ma uno spazio per respirare.
Uno spazio in cui poter dire: questa è la mia storia, questo è quello che provo, questo è ciò che vorrei diventare.
Mi è capitato di pensare a quei momenti come a un immenso prato immaginario. Un luogo aperto, senza confini, in cui per un attimo ciascuno poteva gridare il proprio essere e sentirsi ascoltato.
Ed è stato impossibile non lasciarsi coinvolgere.
Anche i momenti dedicati allo sport avevano qualcosa di speciale. Ricordo il torneo di pallavolo e il modo in cui veniva vissuto: con entusiasmo, partecipazione e competizione, ma senza trasformarsi in scontro.
In quel gioco c’era rispetto.
C’era la capacità di riconoscere l’altro.
C’era il desiderio di mettersi alla prova e, insieme, di costruire qualcosa.
Piccoli gesti, forse. Ma in quel contesto assumevano un significato molto più grande.
Oltre le mura: Le visite alle famiglie di El Alto
L’esperienza, però, non si fermava al carcere.
Una volta alla settimana accompagnavo le educatrici nelle attività con le famiglie a El Alto.
Ed è stato lì che ho compreso ancora più chiaramente che una persona non può essere separata dal mondo da cui proviene.
Dietro un detenuto c’è spesso una famiglia.
Ci sono mogli, madri, figli.
Ci sono difficoltà economiche, problemi burocratici, lavori precari, responsabilità enormi e una quotidianità che, in alcuni casi, lascia davvero poco spazio per respirare.
Accompagnare le educatrici in quelle case e in quelle situazioni significava entrare, con rispetto, nella vita delle persone.
Significava ascoltare.
Cercare insieme una soluzione.
A volte aiutare con una pratica. Altre volte parlare del lavoro. Altre ancora semplicemente essere presenti.
E poi c’erano i bambini.
Ricordo la gioia con cui ci accoglievano, la naturalezza con cui cercavano attenzione, il desiderio di raccontare, giocare o semplicemente avere qualcuno accanto mentre facevano i compiti.
In quei momenti mi rendevo conto di quanto possa essere importante una presenza.
Non sempre possiamo cambiare tutto.
Ma possiamo esserci.
Possiamo offrire tempo, ascolto, strumenti e possibilità.
E, qualche volta, proprio da lì può iniziare qualcosa di diverso.
Cosa significa davvero aiutare
Prima di vivere questa esperienza avevo molte domande.
Mi chiedevo cosa potesse significare, davvero, andare dall’altra parte del mondo per fare volontariato. Avevo anche una paura: quella di ritrovarmi in un’esperienza fatta soltanto di assistenza, di donazioni o di buone intenzioni.
Ho scoperto qualcosa di molto diverso.
Il lavoro degli educatori e della presidente dell’associazione non si limitava ad aiutare nel senso più immediato del termine.
L’obiettivo era offrire strumenti.
Creare opportunità.
Trasmettere competenze.
Restituire, o forse semplicemente riconoscere, una dignità che ogni persona possiede anche quando tutto intorno sembra volerla cancellare.
È questa la lezione più importante che porto con me.
Aiutare non significa sentirsi migliori.
Non significa arrivare nella vita di qualcuno con la presunzione di sapere cosa sia giusto per lui.
Aiutare, forse, significa prima di tutto incontrare l’altro.
Guardarlo davvero.
Ascoltare la sua storia senza cercare subito di giudicarla.
Camminargli accanto per un tratto di strada, offrendo ciò che possiamo, ma riconoscendo sempre la sua capacità di scegliere, cambiare e costruire qualcosa di nuovo.
Oltre le sbarre
Quando penso a quei due mesi e mezzo, non riesco a considerarli semplicemente un periodo di volontariato.
Sono stati un incontro.
Con persone che non conoscevo.
Con una realtà che avevo solo immaginato.
Ma anche con parti di me stessa che forse non avevo ancora avuto l’occasione di ascoltare.
Il San Pedro, per me, non è rimasto soltanto un carcere.
È diventato un luogo fatto di volti, di nomi, di storie e di emozioni.
Un luogo che mi ha insegnato che nessuno può essere raccontato soltanto attraverso il suo errore.
Che dietro ogni storia esiste una complessità che spesso non vediamo.
E che anche nei luoghi in cui sembra esserci meno spazio per la speranza, può nascere qualcosa di profondamente umano.
Per questo, quando ripenso a quell’esperienza, non penso soltanto alle sbarre.
Penso a tutto ciò che, nonostante le sbarre, riusciva a passare attraverso di esse.
Uno sguardo.
Una risata.
Una parola.
Un gioco.
Un momento di ascolto.
Una possibilità.
Forse è proprio questo che ancora oggi mi accompagna più di tutto: la consapevolezza che, anche quando una persona sembra essere chiusa dentro una definizione, una storia o un errore, c’è sempre qualcosa che può andare oltre.
E forse, qualche volta, aiutare significa semplicemente questo:
non fermarsi alle sbarre.