L’unica scelta che davvero bisogna compiere è quella di esserci.
Filippo Poretti — Giugno 2025 — Volontario
Filippo Poretti — Giugno 2025 — Volontario
Durante i primi giorni di volontariato in Bolivia, ero molto preoccupato di quello che avrei potuto fare in carcere, insieme a Laboratorio Solidale ODV, per contribuire anche in minima parte all’assistenza e all’aiuto ai detenuti. Come sarei riuscito a sentirmi coinvolto e come avrei fatto a dialogare con i detenuti? Persone che sentivo così distanti da me.
Ricordo nitidamente il primo momento in cui sono entrato al San Pedro, il carcere maschile di La Paz, 4000 mila esseri umani stipati in una manciata di cortili. Tutto il contesto attorno è cambiato improvvisamente appena ho varcato il portone d’ingresso e centinaia di persone roteavano libere e disordinate intorno a me. Il fiato per un attimo mi è mancato e sono rimasto in questa condizione di sospensione quasi tutto il pomeriggio. Lo sguardo si confondeva e si spostava di continuo su centinaia di volti, per lo più tristi e arrabbiati, altri semplicemente indaffarati in qualche “attività di quartiere”.
Alcuni detenuti si sono avvicinati immediatamente a Barbara con dei sorrisi enormi che mi hanno colpito profondamente. Ho percepito subito la gioia e la tenerezza che sussisteva tra Barbara e questi detenuti, un rapporto che in qualche modo vibrava al di sopra e in contrasto con il contesto carcerario.
Il rumore prodotto dagli schiamazzi era assordante e un odore pungente mi trapassava le narici mentre attraversavo lo stretto e affollatissimo corridoio che dal cortile dell’entrata mi avrebbe condotto a un secondo perimetro dove si trova “l’ufficio” di Laboratorio Solidale, il Centro Alegría, una stanza utilizzata per realizzare workshop, incontri di sensibilizzazione e riunioni d’equipe.
Una seconda sensazione, come di “estraneità” mi ha colto entrando nel Centro di Laboratorio Solidale. Il rumore delle voci all’esterno si è fatto d’improvviso flebilissimo; una grande calma regnava sovrana nella stanza accuratamente dipinta e tenuta in ordine. All’interno del Centro, in quel momento c’erano solo poche persone dell’equipe educativa e Andrew, un “privado de liberdad” con il ruolo di custode di quel luogo. Ci sarebbero tante cose che vorrei dire su Andrew, ma sopra tutte voglio sottolineare la bontà nel suo sguardo, la sua abnegazione nel mettersi a disposizione dell’associazione e dei suoi membri e il sorriso calmo che mai dimenticava di donarti ogni volta che anche solamente incrociavi il suo sguardo. In quell’occasione ho conosciuto Marilla, Ericka e Mariel, 3 importanti membri dell’equipe di Taller Solidario (partner boliviana di Laboratorio Solidale ODV) che ci tengo a ringraziare ancora una volta per il supporto e l’accompagnamento che mi hanno dato durante i miei 3 mesi di permanenza.
Quel pomeriggio ho partecipato al laboratorio di bigiotteria con Marillia, Ericka, Barbara e un gruppo di detenuti. Barbara mi ha fatto notare qualcosa che già stavo percependo. Durante la durata di tutto il laboratorio, la stanza era come proiettata lontana dal carcere, in un altro spazio-tempo. La calma, la serenità con cui si conversava, si rideva, e nel mentre si creavano braccialetti e orecchini resta a tutt’oggi un evento quasi magico.
In un luogo come il carcere San Pedro, dove la frenesia regna sovrana, l’esistenza del Centro Alegria, di Laboratorio Solidale e della sua equipe, dona la possibilità di ritagliarsi un pezzettino di vita che fugge dal caos carcerario. Durante i corsi, gli incontri, i seminari, le attività socioeducative, la mente riposa, il respiro si fa più lento e controllato, i visi sono più distesi e sorridenti, si accenna a battute scherzose e si riprende fiato emotivamente.
Si può anche solo immaginare la grande necessità per le persone che vivono dentro il carcere dell’esistenza di questo spazio, di questo tempo sereno e pacifico.
Verso la fine di quel pomeriggio ho conosciuto Leonardo, un detenuto che mi ha chiesto tante cose su di me, della mia esperienza di vita ed era molto interessato a conoscere i luoghi e le usanze dell’Italia. Sapeva anche qualche parola di italiano perché stava tentando di impararlo autonomamente. La sua conoscenza sommata alle interazioni con gli altri detenuti quel giorno mi ha fatto capire l’importanza della mia presenza per loro, in quel luogo, della loro possibilità di viaggiare con la mente attraverso di me e i miei racconti. Per loro, questa presenza era vissuta già come un immenso regalo e opportunità che io potevo dargli.
Ho capito che non dovevo inventarmi niente di speciale per essere di aiuto a queste persone, che la semplicità di una conversazione può schiudere le infinite possibilità di sostegno reciproco che le persone sono in grado di darsi.
Quel giorno in verità sono stato io quello aiutato e sostenuto. L’ apertura e l’accoglienza dei ragazzi mi ha tolto quella prima sensazione di “estraneità” e “sospensione” che ho provato in un principio. Mi sono sentito più vicino alle persone e al contesto in cui ero immerso, mi sono riconosciuto come una risorsa per qualcuno e ho sentito tutte le persone presenti come una risorsa per me.
Mi sono sentito accolto nella loro casa e grato di esserci.